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Le origini

L'episcopato di monsignor Piras, 9 dicembre 1906 - 23 agosto 1911

Le origini della diocesi di Penne sono riconducibili ai primi secoli del cristianesimo. Con una sufficiente presumibile sicurezza si può affermare che, come per parecchi altri luoghi dell'Abruzzo (almeno una quindicina), anche a Penne la presenza vescovile risulta dal terzo secolo, anche se le liste episcopali sono ricostruibili solo molto più tardi, almeno dopo il VI secolo. Che la evangelizzazione (e quindi la costituzione di chiese diocesane) sia antica è facilmente argomentabile: dalle testimonianze letterarie, da quelle archeologiche, da quelle agiografiche. Il padre Vincenzo Monachino, della Compagnia di Gesù, scriveva già nel 1968: "Insomma, il cristianesimo ebbe la sua diffusione in Abruzzo, certamente già anteriormente alla pace costantiniana, ed una diffusione già abbastanza vasta. Nel secolo III, o più probabilmente nell'ultima persecuzione, le comunità cristiane abruzzesi ebbero i loro martiri, e il sangue dei martiri grazie anche alla pace religiosa, fu semenza di nuovi cristiani" (La prima diffusione del Cristianesimo in Abruzzo, in AA.VV., la Cattedrale basilica di Valva. Per la riapertura dopo i restauri, Cassa di Risparmio de L'Aquila, L'Aquila 1971, 64). È chiaro che la diffusione del cristianesimo seguì le strade esistenti nel tempo: "le prime comunità si formarono lungo le strade romane, vie allo stesso tempo di comunicazione, di commercio materiale e veicolo dei movimenti ideali e spirituali. Le zone propriamente montuose... devono essere rimaste un po' in ritardo su quelle delle valli e quelle attraversate dalle grandi strade romane» (Loc. cit.). Una testimonianza archeologica comunque (un resto di lapide dell'anno 341, incastonato nel muro estemo dell'abside della cattedrale di Penne), ci informa che auspice il senatore Arsenio, i pennesi indirizzarono a Costante, figlio di Costantino, un ringraziamento per la sua campagna contro il paganesimo.


Il silenzio che avvolge la storia cristiana dell'area vestina (così chiamiamo il territorio della diocesi) per più secoli, è dovuto a vari fattori: lo stato di confusione del Meridione d'Italia, la presenza simultanea di più etnie, a partire dalla graduale infiltrazione dei popoli barbari, fino al predominio longobardico, per il quale tante realtà andarono distrutte, prime fra esse quelle ecclesiastiche (chiese, come edifici e come diocesi). Giustamente osserva ancora Francesco Lanzoni: interesse delle prime comunità cristiane fu quello di diffondersi, con la testimonianza della carità cristiana, prima che con la redazione di verbali e di liste episcopali (cfr. IDEM, Le diocesi d'ltalia. Dalle origini al principio del secolo VII - anno 604, Faenza 1927, nell'Introduzione). Lo stesso Monsignor Lanzoni afferma: "La cattedrale di Penne è dedicata in onore della B.V. Maria al pari di quasi tutte le chiese matrici della Media e Bassa Italia, ed un San Massimo, che probabilmente è il martire di Cuma veneratissimo in tutta la Italia Meridionale e negli Abruzzi» (Ibidem, 370).

Solo dall'età carolingia è possibile ricostruire la cronologia dei vescovi di Penne e quindi le vicende della diocesi. Di privilegi concessi dallo stesso Carlo Magno, fino ai suoi figli, si fa menzione in documenti (conservati ancora oggi in Archivio) di Ottone il Grande (962), Enrico VI (1195) e Federico II (1219, un diploma pergamenaceo con due bolle d'oro, oggi in restauro).

Il territorio vestino vedrà proprio in età carolingia la nascita di un importante monastero benedettino (anno 871: per volontà di Ludovico II, fondazione del Monastero della S.S. Trinità, nell'insula Casuriense, con l'importante Chronicon, oggi alla Biblioteca Nazionale di Parigi). Nel decimo secolo precisamente nel 962 Bernardo di Liudano, conte di Penne, fondò il Monastero di San Bartolomeo presso il fiume Nora. Anche di esso resta un Chronicon oggi editato (cur. E. Fuselli, L'Aquila 1996). I rapporti tra i vescovi di Penne e questi importanti monasteri (soprattutto il primo) non sempre furono sereni, come le carte delle due cronache ci informano.

Nel 1252 la città di Atri fu eretta a diocesi dal papa Innocenzo IV e unita alla diocesi di Penne. Vi resterà fino al 1949, anno della seconda ristrutturazione, elevandosi Pescara a diocesi, con il titolo di Diocesi di Penne-Pescara, mentre Atri passava a Teramo. La terza ristrutturazione è quella del 1982, con l'elevazione ad Archidiocesi Metropolitana di Pescara-Penne (con la diocesi di Teramo­Atri suffraganea).

Come detto, non intendo dare altri riferimenti se non quelli inerenti la fine dell'Ottocento, cioè gli anni immediatamente precedenti l'episcopato del Nostro.
Il sinodo del 1681 (seguito solo da un altro nel 1954) e, in modo più generale per tutta la Chiesa, il Concilio Vaticano I, segnarono i passi del cammino della chiesa pennese: attuazioni disciplinari, regolazione della vita religiosa, formazione del clero, attività laicali. I rivolgimenti politici che caratterizzarono la vita nel territorio da noi osservato, il passaggio cioè dal Regno di Napoli al nuovo Regno d'Italia, non avvennero senza difficoltà. Un esempio può essere offerto dal lungo episcopato di Monsignor Vincenzo D'Alfonso (1844-1880). Quel presule, originario del Molise, attento alle aspirazioni unitarie (tanto da meritare la nomina a Commendatore dell'Ordine di San Maurizio), non sempre ebbe vita facile nei suoi rapporti con la popolazione, ma soprattutto con il clero vestino. D'Alfonso partecipò al Concilio Vaticano, tra gli infallibilisti (risulta da alcune sue sottolineature agli schemi del Concilio, conservati in Archivio); riorganizzò la vita della diocesi, ristrutturando parrocchie, regolando e moderando privilegi di chiese, ecclesiastici e laici, secondo le esigenze ormai mutate del tempo, concretamente diminuendoli se non abolendoli (questi esempi si potrebbero fare con gli oratori privati, privilegi e prerogative di nomina a benefici ecclesiastici).

Le diocesi di Penne ed Atri nell'anno 1879, alla fine ormai dell'episcopato di D'Alfonso (quando a lui sarebbe successo Monsignor Luigi Martucci, per gli anni 1880-1890) contava circa 130.000 abitanti, con 93 chiese parrocchiali, 5 monasteri.. Immediatame soggetta alla chiesa romana la diocesi aveva la cattedrale di Penne con 12 canonici e 6 beneficianti. Il seminario di Penne ospitava 23 studenti. La città di Atri ospitava 65 alunni interni, ovviamente dai gradi bassi sino alle classi di teologia, e questo fino al 1908, anno della costituzione del Seminario interdiocesiano a Chieti, come in seguito dirò (per i riferimenti precedenti cfr. Hierarchia catholica medii et recentior nevi, vol. VII, 1846-1903, Patavii 1979).

L'immediato predecessore di Monsignor Piras fu Giuseppe Maria Morticelli (nato a Sulmona, prov. de L'Aquila, nel 1834 ivi morto nel 1910). Morticelli fu nominato alla diocesi di Penne nel 1890, reggendola fino al mese di febbraio del 1906, quando per cecità rinunciò alla diocesi e fu nominato alla sede titolare di Cesarea di Filippo. Morticelli, già professore di filosofia e scrittore, continuò questa attività anche a Penne, insegnando la filosofia teoretica nel Seminario. Di esso inoltre guardò anche le questioni pratiche, come la ristrutturazione, ammodemando l'edificio secondo le norme igieniche del tempo. Anche la cattedrale di San Massimo a Penne fu restaurata, nella sua cripta, con sovrapposizioni di stucchi e pavimenti, secondo lo stile del tempo, poi rimossi nell'ultimo restauro a seguito dei danni dell'ultima guerra.

A conclusione di questo breve cenno, rimarchiamo l'antichità della diocesi, sicura in quanto detto, tradizionale ma non sicura relativamente ad una prima evangelizzazione ad opera di San Patras, uno dei 72 discepoli del Signore (tradizione già scartata dal Lanzoni). Inoltre è da notare come l'episcopato di Piras, ed i precedenti di Martucci e Morticelli, si inseriscono come brevi periodi, a confronto del lungo episcopato di Monsignor D'Alfonso e dell'altrettanto lungo episcopato di Monsignor Carlo Pensa, ultimo vescovo di Penne ed Atri (1913-1948), prima della ristrutturazione già detta. Non per questo tuttavia mancano notevoli cose agli anni d'episcopato del nostro Monsignor Piras.

Già nel 1847 il vescovo Monsignor Vincenzo D'Alfonso volle che l'archivio fosse riordinato. Si scriveva infatti in testo di quegli anni: "L'Ughelli, il Biondi, I'Antinori ed altri storici e geografi gran messe trovarono di antichi diplomi e di bolle nella Curia vescovile di Penne, che da tutti fu predicata come una delle più ricche di preziose memorie in tutto il reame di Napoli, ed ora nella confusione di vetusti documenti e nella trascuranza totale che si ebbe per molti secoli a conservarli, rimane un tesoro nascosto e di molto depauperato a mettersi in luce... fu savio intendimento di Monsignor Don Vincenzo D'Alfonso di sgomberare il magazzino di antichi documenti e di comporre una deputazione di chierici esperti ed attivi a svolgerli uno per uno con l'assistenza del cancelliere, a dividerli nelle varie categorie e suddividerli nelle specie convenienti. Volle che dei diplomi e delle bolle e delle memorie storiche si formasse una particolare raccolta, per farla decifrare da un Archeologo e Paleografo, e registrare in un libro per qualunque bisogno si avesse a farne riscontro" (Penne, Archivio Storico Diocesano, Bollari e Atti di Curia, Registro degli Atti, n. 2, ordinamento dell'Archivio 3). Purtroppo di quel lavoro poco, ben poco è rimasto, per le varie vicissitudini incontrate dalla diocesi e dal suo Archivio.

Nel 1909 P.F. Keher poteva pubblicare che nell'Archivio della Cancelleria vescovile si conservavano poche carte più antiche e che invece i privilegi inerenti l'episcopato erano custoditi nell'archivio ancora ricchissimo della Chiesa Cattedrale (Italia Pontificia, vol. IV Umbria Picenum Marzia, Berolini 1909, pag. 283).

Nel 1984 l'allora arcivescovo Monsignor Antonio Jannucci incaricò lo scrivente di riordinare l'archivio. Esso intanto già da due anni era stato dichiarato di interesse storico dalla Sovrintendenza Archivistica per l'Abruzzo e il Molise (Per la guida dell'Archivio di Penne confronta quanto ho scritto in Guida degli Archivi diocesani D'ltalia, vol. I, Città del Vaticano 1990, 252-254).

Questo in generale sull'Archivio diocesano di Penne. Considerate le perdite subite, la confusione che per molti anni vi ha regnato, si capisce come molto ci si aspetterebbe di trovare. Tuttavia nonostante tutto, relativamente a Monsignor Piras, con soddisfazione, si può indicare questo prospetto:

  • Protocolli della Curia;
  • Registri di verbali del Seminario Diocesano;
  • Verbali del Capitolo della Cattedrale di Penne;
  • Atti di Santa Visita;
  • Circolari e lettere pastorali;
  • Qualche manoscritto personale.


Con Lettera Circolare del 9 Dicembre 1906, Monsignor Pietro Balestra, arcivescovo di Cagliari e amministratore di Aies, annunciava al clero e al popolo delle sue diocesi la nomina del canonico Raffaele Piras, suo vicario generale, a vescovo di Penne ed Atri (Tip. G. Montorsi, Cagliari 1906).
Con compiacimento scriveva: "Canonico teologo e poi dottorale della Primaziale, presidente della facoltà teologica cagliaritana, professore di dogmatica e di sacri canoni nel nostro seminario per più di 12 anni, esaminatore prosinodale, missionario della Congregazione diocesana di Sant'Eusebio, banditore della divina Parola e scrittore delle sacre orazioni scritturali e panegiriche... direttore diocesano dell'Adorazione perpetua e delle chiese povere, vicario generale dell'Archidiocesi, Monsignor Piras fece fruttificare i doni concedutigli da Dio, esercitando con pietà, dottrina, zelo e pratica prudenza il Sacerdozio... nell'integra purissima romanità... vivi rallegramenti porgiamo alle due esimie Diocesi del Continente che dal Papa ricevono per Pastore un figlio di questa Isola Sarda" (cit. 3-4).

Tre mesi dopo, il giorno di Pasqua, il 31 marzo del 1907, Monsignor Piras indirizzava la sua prima lettera pastorale al clero e al popolo delle diocesi unite di Penne ed Atri (Tipo-Lito comm., Cagliari 1907).

Partendo dall'esempio di Sant'Alfonso Maria De' Liguori, Piras riferisce di aver accettato il 16 settembre precedente, nell'incontro con il papa Pio X, la nomina a vescovo di Penne e si presenta ai suoi diocesani come «un uomo che appena conoscete per nome, per giunta assai modesto e oscuro; ma un uomo chiunque sia, che viene non con umane patenti e terrene raccomandazioni, ma ambasciatore di quel Dio che spedì a voi i miei venerabili Antecessori" (cit. 7).

Il vescovo enuclea il suo programma di predicare la parola immutata e immutabile di Cristo: «non apportatore a voi di peregrini insegnamenti, di insolite dottrine, e men che meno di nuove volubili teorie, no, ma predicandovi con la parola e con lo scritto... verrò a conservare e illustrare tra voi quel venerando deposito di cristiane credenze... tesoro inestimabile di cristiane verità e dogmi, che forma il vanto e l'orgoglio di tutte le forti e gentili terre d'Abruzzo... Questa e non altra è la missione intellettuale del vescovo. Egli non è il fondatore di nuova scuola, né l'inventore di novelli sistemi; ma un evangelista quale lo vuole San Paolo» (cit., 9-10).

Ma il Vangelo anella sua pienezza ed integrità... trovasi come incanalato in Roma, alle cui porte la Provvidenza vi collocò, sarà mia costanza sollecitudine tenervi sempre più uniti e stretti a Roma, a Roma papale e Pontificia; a quella Roma patria delle anime, per cui lo stesso Gesù Cristo fu detto ed è Romano" (cit. 11). Piras pare già immaginare la crisi modernista, anche del clero contemporaneo (cfr. cit. 11, alla fine): come San Raffaele vuole essere medicina e cita "Misit me Dominus ut curarem" e sarà il suo stemma.

Secondo impegno del vescovo sarà, scrive ai suoi filiani, «incitarvi e provocarvi potentemente al bene... a che siate virtuosi e santi, tuttochè la bontà e la virtù sia tra voi retaggio (sic) tradizionale" (cit. 13-14). E la morale umana prepara il credente: "alla morigeratezza...; allo spirito quindi di preghiera... all'assiduità alla Parola di Dio... al rispetto alla Chiesa e ai suoi ministri... alla rassegnazione nelle amarezze... alla frequenza dei sacramenti... al timore e all'amore di Dio, da cui ogni bene reale e ogni santità discende" (cit. 14). Anche qui il vescovo dice Misit me Dominus ut curarem.

Piras aggiunge un terzo riferimento, alla situazione dell'Abruzzo e dice: «abbenché non nato tra i palazzi e gli agi, ma figlio del popolo, anch'io, come tanti dei miei diocesani di Penne ed Atri... nel mio cuore però di sacerdote e di vescovo mi sarà più caro piangere con quelli che piangono che ridono con quelli che godono» (cit. 17) Misit me Dominus ut curarem.

Il vescovo ricorda il suo antecessore Morticelli, il vescovo di Sulmona Iezzoni, di Atri, amministratore Apostolico nella vacanza della sede. Chiede l'aiuto dei capitoli, dei parroci e dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose. Una parola ancora rivolge al Seminario, quello a Penne e quello ad Atri, agli uomini del laicato, nelle loro varie attività. In tal modo speciale si rivolge agli insegnanti "sacerdoti della Scuola, gli ausiliari della Chiesa e della stessa civile convivenza» (cit. 26).

Il riferimento alla casa Savoia «che gloriosi sempre di essere cattolica, apostolica, romana» (cit. 27) e al papa «nostro carissimo e comune Padre, il papa, il mitissimo e forte Pio X, purtroppo dalle odierne vicende si amareggiano» (cit. 27).

La prima lettera pastorale è controfirmata dal pro segretario sacerdotale Silvio Cambatzu. In appendice si riporta alcune disposizioni per le diocesi di Penne ed Atri e le parole di commiato ai suoi conterranei.

La fedele devozione del vescovo a Pio X, come già abbiamo notato, si manifesta negli anni di episcopato come osservanza di quanto la Sede Apostolica dispone. Già la lettera circolare n. 6 contiene nella sua seconda parte il decreto Lamentabili e il Decreto Ne temere sul matrimonio. Alla lettera pastorale per la quaresima del 1909 (Circ. n. 14) il vescovo aggiunge i documenti pontifici relativi all'Eucaristia e l'invito alla propagazione della Comunione frequente. La lettera circolare n. 22 (29 settembre 1910) riporta il giuramento antimodernista obbligato dalla Santa Sede. A quella formula il vescovo premette una introduzione, riassumendo il Motu proprio che condanna «quei sacri oratori che invece di ricorrere al fonte purissimo delle Sacre Scritture, ove è la Parola di Dio, vanno in cerca di cisterne dissipate, ossia di lenocinii umani e della parola dell'uomo»(cit. 30).

Il registro delle deliberazioni del capitolo di Penne (1847-1937) ci fa rilevare alla data del 24 giugno 1907 le azioni intraprese dai canonici per onorare il nuovo vescovo: un canonico ed un parroco si sarebbero recati ad Atri per rilevare il vescovo ed accompagnarlo a Penne; che la spesa delle due carrozze da nolo e le regalie e il compenso alla banda musicale e la spesa per lo sparo delle "bombe" all'arrivo del vescovo sia al carico del Capitolo; che si offra al vescovo una cena, con l'intervento di tutti i canonici e dei parroci della città che sarebbe stato eseguito l'Ecce Sacerdos dal Maestro marchese Bernardo Castiglione, gratis.

Lo stesso registro tornerà a parlare del vescovo alla sua morte con una nota del 23 agosto 1911, proponendo «che le esequie si facciano con la dovuta pompa in questa cattedrale il giorno 5 settembre".
Nell'intervallo tra queste due date possiamo rilevare l'approvazione delle Costituzioni del Reverendissimo Capitolo, riformate da Sua Eccellenza Monsignor Raffaele Piras, in data 14 febbraio 1909.

Qualche dissapore sembra emergere dall'accoglienza che il capitolo fece a due lettere del vescovo, sulla assistenza dei canonici alle funzioni pontificali e sul calendario diocesano, alla data del 5 giugno 1910. Ma sono cose di ordinaria amministrazione.

Il vescovo quanto alle parrocchie predisposte dei questionari ai quali i singoli parroci dovranno rispondere per iscritto, restituendo il testo in occasione della visita. E questo avviene per la prima volta nella storia della diocesi (dal 1570 anno in cui fa riferimento il primo testo di Santa Visita). La tipografia Valeri di Penne stampò nel 1907 questi formulari, in lingua italiana, secondo il seguente ordine:

  • Capo primo. Nozioni preliminari;
  • Capo secondo. Della Chiesa parrocchiale: santissimo Sacramento, Battistero, Olii Santi, Reliquie, Altari, Altare maggiore, Confessionali, Coro e pulpito, Sacristia e sacri arredi, Cimitero;
  • Capo terzo. Delle altre Chiese, Cappelle e Oratorii;
  • Capo quarto. Della amministrazione delle chiese e delle loro rendite;
  • Capo quinto. Del Benefizio parrocchiale e degli altri benefizii e cappella.
  • Capo sesto. Confraternite e Compagnie;
  • Capo settimo. Messe, legati, opere pie;
  • Capo ottavo. Parroco, suoi ministeri principali, sua vita domestica. Pii sodalizi, feste, funzioni. Pratiche di divozione;
  • Capo nono. Del clero;
  • Capo decimo. Disordini e abusi.


Lo stesso formulario era stato annunciato al clero della diocesi nella lettera circolare n. 3 (25 luglio 1907) in previsione della prima visita pastorale, sperando in una risposta precisa da parte dei parroci e così «mentre i quesiti del presente modulo serviranno di base a noi per poter compire con frutto le nostre visite pastorali, essi saranno pure di norma ai M.R.R. Signori Parroci affinché... introducano essi stessi dal lato spirituale quelle sante riforme che sono del caso, e provvedano dal lato materiale quanto è voluto e disposto dagli ecclesiastici ordinamenti. (cit. 2).

Nella lettera circolare n. 4 (24 agosto 1907) il vescovo dichiarava aperta la la visita pastorale per la domenica di settembre con ulteriori disposizioni pratiche.

Il vescovo si preoccuperà affinché le parrocchie adempiano alle disposizioni circa il catechismo diocesano (Compendio della Dottrina Cristiana prescritto da S.S. Papa Pio X alle diocesi della Provincia di Roma), i registri parrocchiali e la modulistica diocesana, oltre che l'abbigliamento ecclesiastico (Circ. n. 6 del 1 novembre 1907).

Ancora la lettera circolare n. 12 (28 ottobre 1908) insiste sulla visita pastorale e sull'uso delle Litanie lauretane durante le liturgie.
Il vescovo ribadisce la necessità dell'osservanza delle leggi liturgiche, dell'istruzione cristiana attraverso il catechismo e l'omelia (Circ. n. 14, 21 febbraio 1909).

I temi ricorrenti nelle lettere circolari relativamente alle parrocchie insistono quindi sull'Eucaristia, sull'attenzione liturgica, sulla catechesi (soprattutto in vista della Confermazione) sulla Predicazione.

Delle lettere circolari che si conservano, tre, dopo la prima, sono lettere pastorali quaresimali: n. 14, già citata, sulla Santissima Eucaristia; n. 19 per la Quaresima del 1910 sul Papato nella Chiesa; n. 24 per la Quaresima del 1911 (la sua ultima) sulla Grazia Santificante, annunciando anche l'apertura della seconda visita pastorale che non sarà da lui conclusa. Proprio in quest'ultima lettera tra le varie disposizioni circa la santa visita il vescovo scrive: "recandomi per la seconda volta in santa visita, mi auguro di trovare in ordine non solo l'Archivio con le rispettive carte, lettere, circolari, Pastorali, e i Registri parrocchiali, ma di vedere con i miei occhi l'esecuzione perfetta dei Decreti di prima Visita: decreti che rilasciai in apposito libro a tutti i singoli Parroci e Chiese, e dei quali porterò meco Copia originale per la debita verifica e controllo" (cit. 19). Tale affermazione ci fa vedere come, a distanza di pochi anni la grande fiducia si era ridimensionata!

Purtroppo, basta scorrere le pagine di protocollo dal 1907 al 1911, per vedere come spesso le comunicazioni ufficiali riguardavano situazioni spiacevoli sulla disciplina ecclesiastica, con interventi non rari del Procuratore del Re. Dall'altra parte la confusione esistente sulla nomina ai benefici ecclesiastici, che si risolverà solo dopo il 1929, portava a conflittualità tra la diocesi, i comuni, quanti altri esercitassero diritti di nomina su determinati benefici.

Il vescovo, come dalla prima lettera abbiamo visto si interessò ripetutamente dei seminari: di quelli diocesani (Penne ed Atri) e di quello interdiocesano di Chieti che si costituì nel 1908.Si deve intendere che fino al 1908 tutti gli studi teologici venivano compiuti in diocesi. La volontà di Pio X di costituire seminari interdiocesani voleva rispondere alla necessità di concentrare i luoghi di studio, per sicurezza di dottrina (sono gli anni del Modernismo!), per penuria di mezzi per molte diocesi soprattutto per il Meridione d'Italia.

Ai seminari di Penne ed Atri il vescovo dedica la circolare n. 9 (5 aprile 1908) raccomandando il soccorso di preghiera ed economico per i seminari affinché sia resa possibile l'ammissione in seminario ai giovani di povera condizione che manifestassero spiccate tendenze e particolari attitudini allo stato ecclesiastico" (cit. 3). Molti, dice il vescovo, disporrebbero dei loro beni in favore dei seminari, se venissero ben consigliati dai parroci. Parrocchie e Seminario sono realtà che si richiamano a vicenda. E sull'importanza del Seminario il vescovo usa anche espressioni forti, quasi prevedendo la futura penuria di sacerdoti e la sua fine: affinché sul calvario delle nostre agonie, che speriamo tranquille, mani troppo profane non vengano a distribuirsi e quasi a sorteggiare le nostre sacre vesti, e Dio non voglia, anche questo avviene nel mondo, a banchettare sulla stessa nostra tomba" (cit. 7).

Anche nella circolare n. 11 il vescovo riporta alcune disposizioni sul seminario: pontificie, sui nuovi programmi scolastici, educativi e disciplinari dei seminari d'Italia (datati 1 gennaio 1908); diocesane, sull'apertura, l'ammissione, la disciplina del seminario di Penne.

Ancora nella circolare n. 21 (1910) il IV punto è dedicato ai seminari diocesani. Il vescovo conta sull'aiuto dei parroci: spirituale e materiale. "Se ogni e singolo parroco della diocesi, specie di paese importante, non dico ogni anno, ma di quando in quando arrivasse con le sue esortazioni, preghiere, con i suoi sacrifizi, a collocare o far collocare in seminario qualche giovanetto di buona indole e di belle speranze per la carriera ecclesiastica, in breve, vedremo i nostri seminari impinguati ed il clero diocesano multiplicato" (cit. 6-7).

La circolare n. 25 (ultima o tra le ultime) si occupa ancora dei seminari con le varie norme per il rientro, ma ancora sopraKutto con l'invito ai parroci a coltivare con tutto zelo le vocazioni ecclesiastiche presso i fedeli".

Ma soprattutto le carte inerenti il Seminario Interdiocesano di Chieti ci mostrano la forte vigilanza adoperata dal vescovo Piras in favore di quell'istituto: per i superiori, i professori, gli alunni, la scuola, la disciplina, la vita di pietà.

In una minuta al vescovo Iezzoni di Sulmona (28 agosto 1910) il vescovo Piras lamenta i procedimenti scolastici: i nostri professori non svolgono completamente il programma scolastico, sia perché qualcuno troppo si ferma ad approfondire la materia, e sia perché da noi non ricevettero un programma specifico e dettagliato, onde lasciati a se insegnano quello che credono... È una necessità adunque che noi altri fin da quest'anno venturo fissiamo un vero e proprio programma afflnché i professori si attengano al medesimo ad unguem, se non vogliono che i nostri alunni escano dalle scuole teologiche con molte lacune, incapaci ed impreparati anche a prendere un grado accademico nelle romane facoltà". Questa sollecitudine si manifesterà sempre più attenta, fino ad indicare quali libri siano adatti, quali meno adatti, quali da riprovarsi. D'altra parte, devono essere considerate due cose: la tempesta modernista, il lento avviarsi del nuovo semiriario. Infatti dal 2 ottobre 1908 la congregazione dei vescovi e regolari aveva invitato i vescovi abruzzesi alla concentrazione dei seminari: con una sede in Aquila (per Sulmona, Pescina ed Aquila) ed una a Chieti (per Chieti, Lanciano ed Ortona, Penne ed Atri, Teramo). Questi due seminari avrebbero ospitati gli studi liceali e teologici, mentre il ginnasio restava in ogni diocesi. Di queste disposizioni il vescovo diede notizia già nella circolare n. 12 (28 ottobre 1908). Si concretizzerà però solo il Seminario Interdiocesano di Chieti, per il quale Piras eserciterà con solerzia quasi puntigliosa l'incarico di tesoriere.

L'attenzione agli studi e alla pietà dei seminaristi la notiamo in queste parole (minuta di lettera di risposta al rettore Andrei, 14.02.1909): "Molto Reverendo Monsignor Rettore, ricevo la relazione sui punti mediani trimestrali riportati dai miei alunni. Dica loro a nome mio che aspetto molto di più in un altro trimestre: giacché dopo la pietà, d'altro non debbono occuparsi che di studio. In materia poi di religione Ella non tralasci, se lo crede opportuno, di darmi anche alla fine di ogni trimestre, più specifici dettagli intorno alla frequenza dei miei giovani ai Sacramenti, specie a quello della Comunione". La lettera si conclude con una richiesta di speciale osservazione di due seminaristi, per i quali il vescovo ha dei dubbi circa la loro vocazione. Ed anche sul seminario si potrebbero aggiungere molti esempi. È sufficiente notare la cura del vescovo, nella consapevolezza del suo ruolo, nell'attenzione alle concrete situazioni del momento.

Osserviamo qualche testo che ci permetta di vedere l'atteggiamento di Piras su questioni pratiche. Dal 1906 al 1908 Calabria e Sicilia orientale furono drammaticamente funestate da terremoti. La circolare n. 5 (29 ottobre 1907) ha come oggetto il terremoto della Calabria. Con molta concretezza, il vescovo, notando l'attenzione di tutti chiede che si faccia in tutte le chiese parrocchiali e coadiutorali nonché in quelle che hanno cappellano fisso, una colletta «... noi cureremo con la medesima sollecitudine di rimettere a destinazione quanto la carità dei fedeli, per mezzo del loro clero ci metteranno nelle mani». Successivamente il vescovo tornerà con una circolare (n. 13 del 1 gennaio 1909) al terremoto della Sicilia e della Calabria, con una descrizione puntuale e terribile della sciagura. Se nella prima colletta del 1906 era stata raggiunta la "bella cifra di L. 1400 e più spedita subito a destinazione» ora il vescovo aspetta ancora di più: «la umanità, la civiltà, ma soprattutto la carità di Gesù Cristo lo vuole".

La vita dei cattolici in Italia dall'Unità almeno fino alla Conciliazione, passò attraverso alterne vicende: dal non inserimento ad atteggiamenti più concilianti.

Un decreto della Sacra Congregazione Concistoriale del 18 novembre 1910, è riportato in alcune notificazioni della circolare n. 23 (16 dicembre 1910). Secondo il decreto, si vietava al clero di ingerirsi nelle amministrazioni temporali. Il vescovo spiega il decreto esemplificando tutte quelle attività che si ritrovano così irretite: presidenza, direzione, segreteria di banche o di Istituti di Credito; procura o amministrazione di affari temporali; azioni di società commerciali o industriali.

Ma soprattutto alla questione della Unione popolare il vescovo dedica una nota in appendice alla pastorale del 1910 (Circ. n. 19, 27) e la lettera circolare n. 20 del 15 giugno 1910. L'unione popolare tra i cattolici italiani era stata desiderata e raccomandata da Pio X con la sua Enciclica. Il fermo proposito dell'11 giugno 1905. Il vescovo la ribadisce esortando clero e popolo ad iscriversi «pagando il tenue contributo di L. 1 all'anno». La lettera circolare n. 20 è interamente dedicata all'Unione popolare, invita i suoi diocesani in particolare quelli delle classi più umili a non cadere nella trappola del materialismo e della sfrenatezza morale. Occorre combatterli «Anche eroicamente... come fecero gli antichi padri nostri» (cit. 8). Aggiunge: «Come si spiega che, sotto gli occhi di ottantamila sacerdoti e di trenta milioni di anime battezzate, quante ne enumera l'Italia, si sia arrivato a strappare Iddio dalle scuole, dai tribunali, dagli eserciti, dal giuramento, dalle tombe, da tutto; e che il cattolicismo... ora invece socialmente è tenuto in concetto si basso da essere ristretto appena appena ai pacifici recessi delle famiglie, e confinato nelle quattro mura di un tempio, fino a che le stesse chiese ci saranno lasciate?» (cit. 9). I cattolici non mancano ma di organizzazione: da qui la necessità dell'associazione di essi: bollettini, riunioni, pubblicazioni, cooperative, assistenza diocesana. Ad iscriversi basta la parola del papa! Basta l'esempio delle altre regioni della Penisola «dal Piemonte alla Sicilia, dal Veneto al Lazio, dalla Lombardia alla Romagna fu una gara» (15). E ciò deve essere fatto per rispondere alla massoneria, più debole numericamente ma più potente per organizzazione. Si aggiungono alla circolare lo Statuto dell'Unione popolare, la direzione diocesana di Penne ed Atri e gli incarichi diocesani.

Bastano questi riferimenti a comprendere il personaggio? Occorrerebbero ancora altre investigazioni: soprattutto sull'ambiente sociale del territorio vestino negli anni di Piras. I semplici riferimenti che si possono dare tuttavia (povertà, difficoltà di comunicazioni, ignoranza) già permettono di vedere quanto il vescovo potesse essere ascoltato e seguito, non solo dal popolo, ma soprattutto dallo stesso clero.

Il vescovo del quale abbiamo cercato di rivisitare l'azione pastorale è figlio del suo tempo: viene nominato sotto Pio X, in anni difficili, per la situazione della Chiesa, per i difficili rapporti di essa con lo Stato Italiano, per le difficili condizioni sociali. Il Vescovo Piras agisce sempre in fedelissimo riferimento alla Santa Sede: nell'organizzazione della diocesi e delle parrocchie; nel rapporto con il clero secolare e religioso; nelle relazioni con il popolo. Monsignor Piras porta questo spirito all'interno del Seminario, sia a Penne, come a Chieti: occorre molta serietà nella formazione sacerdotale - afferma ripetutamente - e tutti i cattolici devono dare testimonianza di unità, di fronte alle opposizioni.

Quasi un secolo è passato dall'operato di Monsignor Piras. L'opera e la parola di Monsignor Piras hanno da dire qualcosa anche a noi? Nonostante il linguaggio, molte delle affermazioni di Piras sono più che vive: I'importanza della formazione, il dovere dei parroci, il valore della catechesi e della predicazione, I'urgenza della carità cristiana. Ma, soprattutto, molte delle cose fatte da Monsignor Piras restano validissime: furono allora concretizzazione della sua parola, sono oggi monito all'azione pastorale. Il Vescovo mise nel suo stemma l'espressione biblica Misit me Dominus. Nella sua prima Pastorale conclusi i tre punti del suo programma con la stessa espressione: Misit me Dominus ut curarem. Per quanto abbiamo visto si considerò medico delle anime, curandole con sicurezza e fermezza, ma senza presunzione.