"Felice di essere a Pescara"
Intervista a Mons. Valentinetti
Dopo le dimissioni per il raggiunti limiti di età di Monsignor Francesco Cuccare, il 4 novembre 2005, il clero di Pescara-Penne si radunava nella sala-convegno della Curia per ascoltare dalla voce dell’allora vicario generale, Mons. Vincenzo Amadio, la lettura della bolla di nomina del nuovo Arcivescovo metropolita, Mons. Tommaso Valentinetti. Sacerdote dal 1977, vescovo dal 2000, appena quarantatreenne, non era un nome nuovo per tanti presbiteri locali che con lui avevano condiviso i tempi del seminario come compagni di scuola o come alunni presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano. Il 17 dicembre 2005, esattamente un anno fa, la nuova diocesi l’accoglieva nella Chiesa Cattedrale, alle ore 17,00, carica di attese e felice di poter condividere con un Pastore giovane ed entusiasta il cammino diocesano. Il tempo trascorso con il presule è stato intenso ed importante e la ricorrenza annuale ci ha dato occasione di ascoltarlo per osservare insieme i tratti principali del primo anno di ministero a Pescara.
Eccellenza Reverendissima, abbiamo tracciato le tappe fondamentali del suo “percorso adriatico”. Faccia una sintesi del suo anno a Pescara.
«Credo che sia presto per far sintesi. È stato un anno di attenzione, di ascolto e di analisi della realtà ecclesiale e sociale della diocesi e della città. Se dovessi riassumere in una parola utilizzerei il termine “accanto”. Ho cercato di essere “accanto” alle realtà per comprenderla e sostenerla, ma il lavoro è appena iniziato per poter dare un giudizio».
Un anno di cambiamenti per lei, per il clero e per la chiesa locale. Cosa pensa di aver comunicato alla diocesi?
«Più che rispondere a “cosa pensa” le descrivo quale sia stato il mio desiderio. Ho voluto far sentire la paternità e la vicinanza come presenza autorevole e discreta. Ho cercato di comunicare la fede come scelta fondamentale di vita per dare serenità a tutti coloro che sono nelle realtà ecclesiali, laici e presbiteri».
Ritiene che i suoi sacerdoti abbiano accolto e capito le sue idee? Da cosa può dirlo?
«Mi auguro di si. Non so se è troppo presto per poterlo dire. Non so se ho comunicato tutto ciò che ho in testa. Vedo attorno a me attenzione e ricerca di sintonia. Tanti chiedono dialogo e possibilità di essere accompagnati, segno di una volontà di comunione ed unità».
“Spazio ai giovani!” È l’affermazione risuonata incessante nei giornali e nelle piazze locali. Che risonanze ha avuto riguardo questa scelta?
«Non direi spazio ai giovani, ma spazio a tutti. C’è bisogno dei giovani ma ancor di più che ognuno prenda il proprio posto. I giovani sono chiamati a dare di più nella vita ecclesiale, ma tante sono le risorse nella realtà diocesana da valorizzare ed accogliere. I giovani possono far tanto, ma vanno accompagnati dall’esperienza dei più adulti».
Alle sue celebrazioni, ai suoi incontri e ai momenti di preghiera che anima partecipa sempre tanta gente. Pensavo alla folla biblica, anonima ed esigente. La sua gente non rischia di essere così?
«Io credo che il popolo di Dio si aspetti sempre il massimo dai pastori e dai presbiteri. Più che parlare di esigenza direi che è la sete di incontro con la parola di Dio e la voglia di rimettersi in cammino la caratteristica dei fedeli che ho incontrato. È la realtà di un popolo di Dio che vuole passare a vita nuova e riprendere una via che dia slancio alla realtà ecclesiale».
Cambiare è sempre sinonimo di crisi. Dando per scontato che le difficoltà fanno crescere. Ritiene che i cambiamenti siano stati accolti da tutti?
«I cambiamenti non sono stati tantissimi. Parlerei di più di rinnovamento della parte esteriore della vita ecclesiale. I cambiamenti devono avvenire e devono essere decisi insieme. Si tratta di mettersi intorno ad un tavolo, in una volontà di sinodalità, l’esperienza di Verona ci insegna. Non sarà facile accogliere i cambiamenti, ci vuole tempo e non mi aspetto nulla. Il mio compitò sarà quello di fare sintesi di ciò che ho ascoltato e delle esigenze espresse».
Quale rapporto ha creato con la sua gente? Cosa è riuscito a realizzare?
«Con la gente si è creato un buon rapporto. Tanti sono stai i momenti forti di condivisione con i giovani, con le famiglie, con le foranie. Non ne prediligerei uno in particolare essendo tutti parte di un unico percorso di formazione».
Domanda retorica. È felice di essere a Pescara?
«Certo. Sono felice come lo sono stato in qualsiasi posto dove il Signore mi ha messo. Sono sicuro che il Signore mi abbia messo qui. Vivere l’esperienza di fede con un popolo che ti appartiene, sangue del tuo sangue, carne della tua carne è cosa bella. Vivere questa esperienza con la Chiesa pescarese è una bella avventura, una bella sfida per le realtà abruzzesi e per la chiese che vivono in questo territorio». (di Simone Chiappetta)