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Il vuoto dell'Olocausto in mostra

L'Associazione "In che mondo siamo" presenta la Shohà vista da Sacchetti

Il vuoto dell'Olocausto in mostra

Una foto della mostra

S’intitola in modo suggestivo "Fine corsa - reportage sulla memoria" la mostra fotografica di Giovanni Sacchetti sulla Shohà organizzata insieme all’associazione culturale "In che mondo siamo", da sempre attenta al mondo dell’arte e della fotografia presso il Teatro e gli ambienti della Residenza dei Gesuiti a Pescara in via del Santuario. La mostra, aperta mercoledì scorso, nel giorno della Memoria, proseguirà fino al prossimo 27 febbraio ed ha già avuto un buon riscontro di pubblico: «In queste fotografie non ci sono volti - racconta Sacchetti spiegando di averle raccolte tra Auschwitz e Birkenau, durante una visita ai campi di concentramento - Ho volutamente evitato di inserire figure umane perché voglio far sì che chi le osserva abbia modo di meditare su quel vuoto - continua - Nudo e crudo com’è, quel vuoto racconta infatti tutto il senso di quanto accaduto perché restituisce il silenzio vissuto di quei luoghi che personalmente ho percepito».

L’idea della mostra è nata da una serie di reportages sociali che sono stai già realizzati in passato, come, ad esempio, quello recente sulla Palestina di oggi. Sempre più stretto il legame con l’associazione culturale "In che mondo siamo", tanto che sono in cantiere altre iniziative sulla scia del successo di quelle già vissute: «Questa mostra - commenta Antonio Zimarino, uno dei responsabili dell’associazione - è un viaggio per immagini e memoria dentro i luoghi della Shoah. In modo assolutamente antiretorico - osserva - le immagini superano l’idea del documento per trasformarsi in piccole poesie visive grazie alle inquadrature insolite e alle scelte formali». Anche Zimarino pone l’accento sull’assenza di figure umane: «Nessun volto umano - sottolinea - compare in esse per far si che siano i nostri stessi occhi e la nostra memoria ad impersonarsi nello sguardo: siamo lasciati soli a noi stessi, perché forse solo in noi stessi riusciamo a sentire nelle pelle e nel cuore le parole che l’Olocausto può lasciarci dentro: mai più». (di Massimiliano Spiriticchio)


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