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Mio figlio non è un birillo, ha "un cromosoma in più"

La lettera di Flora Campolo, giovane mamma di un bambino affetto dalla sindrome di Down

Mio figlio non è un birillo, ha "un cromosoma in più"

Diversamente abili ma ricchi di risorse

Ha trovato disapprovazione da parte dell’opinione pubblica la presenza su un social network, tra i più frequentati, del gruppo - per fortuna bloccato - "Giochiamo al bersaglio con i bambini down". Tanta demenza non ha creato grandi dibattiti, anzi, è stata passata come una delle molteplici bravate adolescenziali. Il silenzio sulla disabilità, però, non sta bene a una mamma che nei giorni seguenti alla notizia ha inviato una lettera al Comune di Montesilvano, città in cui è residente. «Dirsi indignati riguardo questa vicenda è dire poco - scrive la signora Flora Campolo - Mio figlio ha la sindrome di down e non solo da mamma, ma da persona civile non posso stare in silenzio pensando che il gruppo apparso su facebook sia una stupida bravata. Troppi sono i precedenti». La giovane mamma si riferisce al termine "mongoloide" usato dagli inquilini del Grande Fratello o al genitore di Treviso invitato in una pizzeria a tenere a casa la figlia affetta dalla sindrome di down. «Non credo che far finta di niente - continua Flora - non dando importanza a certi imbecilli, sia la strada più giusta. Non si tratta di segnali da sottovalutare perché l’intolleranza espressa in questi termini non è un fatto unicamente di stupidità, si tratta di reati belli e buoni e come tali vanno denunciati con forza e perseguiti». Del resto il gruppo parlava dei down come ignobili creature, come esseri buoni a nulla, come un peso per la società e l’unico modo per renderli utili sarebbe stato, per questi "geni pensatori" senza cervello e senza cuore, impiegarli come "bersagli mobili o fissi nei poligoni di tiro al bersaglio".

La lettera della signora Campolo, però non vuole essere solo un grido di protesta e di giustizia, tantomeno vuole abbassarsi «al livello di certi elementi», ma vuole essere un’occasione per «alzare la voce e per far comprendere a chi ancora non lo sa, chi sono i nostri figli o fratelli, "dotati" di un cromosoma in più. Dall’ignoranza nasce il pregiudizio, e da questo si passa in fretta all’intolleranza e al razzismo». La mamma del piccolo Giovanni non vuole compassione, anzi, vuole rendere noto un valore spesso ignoto alla maggior parte delle persone. «I nostri figli - specifica - non sono solo bambini "simpatici e affettuosi" come ancora in tanti, medici compresi, si ostinano a descriverli. Oltre a queste caratteristiche, tra l’altro non comuni a tutti i bimbi down, ci si trova di fronte a persone con capacità che adeguatamente stimolate e valorizzate possono ottenere grossi risultati. Dietro questo, però, c’è una enorme quantità di lavoro e fatica: ogni giorno questi bimbi già da piccolissimi vengono sottoposti a terapie che li prepareranno ad essere, in una corsa continua contro il loro handicap e contro i pregiudizi, persone il più possibile autonome».

La lettera allora si fa appello: «Molti ancora non hanno il coraggio di pensarlo - conclude rivolgendosi con stima all’ufficio disabili di Montesilvano - ma il disabile non è un peso per la società, ma è una risorsa. Aiutateci a cambiare la cultura. Accogliere una qualsiasi disabilità (e la disabilità è una condizione che può riguardare tutti direttamente o indirettamente ed in qualsiasi momento della vita) non significa "fare una buona azione", significa dare valore all’essenza della persona al di là dell’efficienza e della capacità di produrre. E non è detto che un normodotato produca di più di un disabile. Aiutateci a fare in modo che la gente inizi a considerare e valorizzare i bimbi down per quello che sono, con i loro pregi e i loro difetti, con le loro potenzialità e con i loro inevitabili limiti, al di là dell’handicap che li caratterizza». (di Simone Chiappetta)


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